Romagna, se ci sei, batti un colpo. (#8)

E che sia bello forte, perché non ci si può permettere altra perdita di tempo altrimenti si rischia di non aver più niente da difendere nel giro di pochi mesi.

Torniamo alla questione dell’intervento pubblico attraverso la leva dei finanziamenti ai sistemi economici in generale ed alle imprese in particolare.

Il tema è tornato prepotentemente attuale e in tutto il mondo lo si evoca come unica via di salvezza.

Finanziamenti e sovvenzioni, infatti, vengono utilizzati soprattutto per incentivare l’iniziativa economica privata e dirigerla verso scopi di benessere sociale. Vediamo rapidamente come può avvenire.

Ad esempio con Contributi a fondo perduto o in “in conto capitale”, destinati a finanziare investimenti in beni strumentali per stimolare l’ammodernamento e l’ampliamento della struttura tecnico-produttiva delle imprese destinatarie.

Chi ne fruisce non deve restituire il capitale che gli viene erogato e neppure gli interessi calcolati su di esso.

Vi sono poi i finanziamenti a tasso agevolato, cioè prestiti con un tasso molto basso che può scendere anche a zero.

Oppure gli interventi in conto garanzia, mediante il rilascio di una fideiussione a favore dell’istituto di credito che concede un prestito all’impresa beneficiaria.

Per finire c’è il Credito d’Imposta, un bonus fiscale concesso agli imprenditori che effettuano determinate tipologie di spesa, che l’ente pubblico intende agevolare.

L’erogazione di contributi è subordinata agli investimenti, che possono essere: immateriali (marchi, brevetti, sito internet, assistenza tecnico-gestionale, consulenza e formazione ecc..), materiali (adeguamento e apertura sedi e luoghi di svolgimento attività lavorative, impianti, macchinari, attrezzature ecc..) o spese di gestione (acquisto materie prime, semilavorati e prodotti finiti, spese burocratiche, canoni di locazione di immobili, spese pubblicitarie, ecc..).

Ma a cosa servono le sovvenzioni?

Servono a far preferire determinati comportamenti economici, ad indirizzare l’iniziativa economica privata senza obbligare ad essi, cioè senza ricorrere a misure coercitive.

C’è però la questione dei limiti sanciti specificamente dal Trattato dell’Unione Europea che vieta gli aiuti incompatibili con la tutela del Mercato – ed in generale dalla appartenenza alla Comunità europea – in termini di vincoli di bilancio.

Ora gli Stati non hanno più la discrezionalità d’azione come era fino al 1999 e di conseguenza il discorso degli aiuti di Stato non è più attuabile per l’impossibilità dei singoli Stati di porre in essere una libera politica di programmazione economica e/o di

incentivazione per costituire un solido strumento di direzione dell’economia e di sviluppo.

Lo vediamo chiaramente con la trattativa tosta in corso nella UE alla ricerca di una possibile risposta congiunta allo shock economico provocato dalla pandemia causata dal “coronavirus”.

E’ quasi impossibile oggi prevedere quale sarà esattamente la soluzione che verrà concordata, però è possibile dichiararsi ottimisti o pessimisti.

Noi siamo ottimisti.

Quindi supponiamo che in un modo o nell’altro si giunga ad una soluzione condivisa che consenta importanti interventi a sostegno dell’economia e delle tutele sanitarie e sociali.

Qui si giunge pertanto a tre domande fondamentali che richiedono subito una risposta. Tutte.

  • La prima: quando intervenire?
  • La seconda: come intervenire?
  • La terza: chi decide quando e come?

Se gli interventi arriveranno troppo in ritardo appariranno ovunque gli effetti peggiori di questa crisi globale, cioè povertà e drastica riduzione delle tutele sociali.

Si potrebbero così generare proteste drammatiche e disordini di piazza perché molti di quelli che saranno ridotti allo stremo non accetteranno di vedere il divario con chi sarà riparato da privilegi economici e di status.

La disperata volontà di tutelare la propria famiglia sarà probabilmente l’innesco più potente, a questa si affiancherà una collera sociale difficilissima da contenere da parte delle istituzioni con forze dell’ordine probabilmente decimate dal virus.

Questo doloroso scenario potrebbe materializzarsi presto, forse addirittura entro la fine dell’anno se non saranno prese per tempo misure capaci di mantenere vive le speranze di una sopravvivenza dignitosa e di un possibile ritorno ad una qualche forma di normalità.

Si eviterà la radicalizzazione delle proteste popolari attraverso il riconoscimento di diritti universali a servizi di base come l’energia elettrica, il riscaldamento, la fornitura idrica e la rete di comunicazione.

Prima si riconosceranno questi diritti più a lungo reggerà l’impalcatura istituzionale e democratica.

Ma subito dopo questi interventi di base occorrerà creare nuovi modelli produttivi in grado di apportare una forma di remunerazione e mantenere un certo livello di competizione sociale.

Il concetto capitalistico è probabilmente destinato a scomparire per come lo conosciamo oggi, in particolare la sua componente finanziaria.

Qui ci fermiamo per ora, volutamente.

Vogliamo lasciare al lettore la possibilità di riflettere e di criticare, di sostenere cioè altre idee o di portare nuovi ragionamenti prima di passare alle due domande definitivamente cruciali: come intervenire e chi decide quando farlo e come farlo.

Stiamo parlando del mondo, dell’Europa, dell’Italia e della Romagna, è ovvio.

Arrivederci alla nona puntata.